Campioni

Eravamo giovani, invincibili. Eravamo i migliori, o credevamo di esserlo. Studenti, quasi tutti. Quasi tutti figli per qualche anno di una città non nostra che ci aveva adottato. Giocavamo a calcetto, ed era come se nella vita non ci fosse altro. Ci sentivamo campioni, e in qualche modo lo eravamo.
E tu per noi eri un presidente, un mentore, un padre.
Poi la vita è andata avanti, qualcuno è rimasto a Pisa, qualcuno è tornato a casa, ci siamo dispersi, ognuno per la sua strada. Con le nostre medaglie sul petto, orgogliosi di essere stati parte di qualcosa di speciale, unico, indimenticabile. Qualcosa che tu hai costruito con quella passione che era già una vittoria.
Con te ci sentivamo tutti campioni, per te lo eravamo tutti.
Ora che te ne vai, ti porti via un pezzo della nostra giovinezza, della nostra vita.
Ce l’ho ancora, la maglietta. S. Paolo. Ogni tanto la usavo ancora, e mi sentivo di nuovo invincibile. Adesso non più, non senza di te.
Ciao Renato.

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Primo giorno di scuola

Oggi primo giorno di lavoro in CapGemini. L’addio a Hyperborea è stato metabolizzato, c’è stato un sacco di tempo (un mese di ferie arretrate da smaltire) e diverse occasioni per salutarsi e dirsi addioanzinoarrivederci.

Il nuovo lavoro è cominciato nel migliore dei modi: con due giorni di malattia, dovuti all’influenza più bastarda che abbia mai visto, 10 gg chiusi in casa che sembrava un lazzareto, tutti malati, io Fede e le bimbe…. e con strascichi che sembrano non finire mai.

Comunque sia, oggi primo giorno : ecco come è andata.

La differenza fra una multinazionale e una piccola azienda ti salta agli occhi in modo prepotente: appena entrato mi viene consegnato il PC, in un’elegante valigetta, con mouse, le istruzioni e tutto quanto. Il PC è già tutto configurato con tutto quello che serve, wireless già configurata, l’utenza è attiva e il SSO ti fa entrare praticamente dappertutto al volo. Fighissimo. Un po’ più complicato capire qual è la mia postazione, ma dopo un paio di tentativi trovano il mio posto.

Ok, non c’è proprio tutto quello che serve. A dirla tutta, non si può nemmeno chiamarlo PC, visto che non c’è sopra Emacs (sorvolo sul fatto che ci sia Windows, oltre agli antibiotici dovrò fare un ciclo di antistaminici). No problem, lo installo. Peccato che la rete va a vapore, se mi organizzo un po’ faccio prima a riscriverlo da solo….

D’altra parte (e veniamo alla seconda grossa differenza) l’ufficio è un open space con dentro circa 120 persone. Penso al povero router wireless… nuncelapòffa….

Vabbè, si comincia. Si comincia male: il mio responsabile, quello che mi avrebbe dovuto assegnare il lavoro, è in trasferta e rientrerà fra una settimana. Il passaggio di consegne è approssimativo, ma alla fine qualcuno mi introduce a uno dei progetti, e mi spiega un po’ in cosa consiste. Non sarà il progetto a cui sarò destinato (o di cui sarò responsabile, come sembra) perché quello partirà più avanti, ma intanto cominciamo a vedere qualcosa.

Mi presentano un paio di colleghi, c’è pieno di gnocca e sono tutti molto più belli e simpatici di quelli di hyperborea (vabbè dai, lo sapete che questo post lo leggerete solo voi, vi voglio bene. Ancora un po’. Ancora per un po’). No dai, comunque anche da questo punto di vista sembra tutto ok, persone simpatiche e alla mano, giusta dose di nerdaggine, tutto regolare insomma.

Nel pomeriggio partecipo a una riunione in teleconferenza con il cliente, e lì, davvero, ti rendi conto che tutto il mondo è paese. Stesso modo di condurre le riunioni, stesse incomprensioni incolmabili con il cliente, stesse scappatoie per cercare di risolvere almeno qualcuno dei problemi.

E arriva anche il primo task assegnato, fare un resoconto della riunione e un documento word con screenshots dell’applicazione e con in punti ancora da chiarire.

L’impressione è, come immaginavo, che si lavori con risorse molto superiori a quelle a cui sono abituato.

La parte importante, invece, riguarda il ritmo della giornata. Stamattina Viola non andava a scuola, quindi quando sono uscito dormivano ancora tutte, domattina invece faremo colazione insieme, e poi l’accompagnerò al pulmino o direttamente a scuola. I colleghi non saranno le prime facce che vedrò al mattino, uscirò di casa dopo aver salutato la mia famiglia. Fa un effetto stranamente piacevole.
Poi con calma verso il lavoro, c’è tempo per fare colazione con mio fratello e mia cognata, due chiacchiere e poi si entra.
Pausa pranzo a casa di mio fratello, nei prossimi giorni andrò dalla mamma. Nel vecchio ufficio ci si imponeva di non parlare di lavoro in pausa pranzo, e i commensali erano comunque prima amici che colleghi. Però staccare, vedere altre facce, altri contesti, è diverso. Anche questo dà una sensazione strana.
La fine giornata va un po’ più lunga del previsto, mi fermo a parlare con un collega anziano che mi spiega un po’ di cose, di quelle di cui si parla fra senior lontano dalle orecchie dei junior… quindi appena uscito dall’ufficio mi dirigo verso casa, faccio solo un passo dai miei a salutarli. L’impressione, comunque, è che ci sia ancora vita nella giornata dopo il lavoro.

Il PC lo lascio in ufficio, anche questo dà una sensazione di stacco più netto fra lavoro e vita esterna. Ma un po’ anche perché un PC con Windows in casa mia non ce lo voglio.

Anche andare al lavoro senza zaino è strano, lo zaino e il PC erano un’estensione della mia persona.

Insomma, un sacco di novità, anno nuovo vita nuova, quest’anno è quanto mai vero.

 

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Di politica e pallone

Non sempre mi piace discutere di politica, mi sembrano tutte frasi già dette e di scadere sempre nei discorsi da bar. Però ci sono delle cose che mi frullano dentro da troppo tempo.

1) i politici e i partiti NON sono tutti uguali. Se uno pensa che tutti i politici siano esecrabili, padronissimo di farlo, possiamo parlarne e posso anche essere d’accordo. Ma deve fare lo sforzo di dire e di pensare perché ciascuno lo è. Anche se fanno tutti schifo, vale sempre comunque la pena distinguere chi fa più schifo, o anche solo perché ciascuno fa schifo. E’ spirito critico, non si può (non si deve) farne a meno.
“Sono tutti uguali” oppure “Sono tutti uguali tranne quello che voto io” non sono giudizi politici, sono frasi da bar. Quando lo sento, mi viene da rispondere “Si, però la juve ha rubato tutti gli scudetti” (non lo faccio perché sono juventino. La passione calcistica, a differenza di quella politica, non è negoziabile. Tranne che per EmilioFede).

2) Destra e Sinistra non sono uguali. A mio avviso, una parte è stata al governo per gli ultimi vent’anni con maggioranze solidissime e ci ha portati sull’orlo del baratro, l’altra ha governato per poco tempo, a volte con una maggioranza risicatissima. A volte ha fatto bene, a volte ha fatto male. A volte sembrava un governo di sinistra ma non lo era. Il secondo governo Prodi, ebbene si, è caduto a causa (nb, a causa e non per colpa) della magistratura, che ha indagato la moglie di uno degli improponibili partner a cui quel governo doveva appoggiarsi per avere la maggioranza. In quel governo, l’attuale leader del Pd faceva il ministro dello sviluppo economico e ha emanato (sempre secondo me) buone leggi. Ho apprezzato alcune scelte e ne ho criticate altre; personalmente, è stato l’unico momento degli ultimi vent’anni in cui ho sentito parlare di politica, di economia, e mi sono sentito “governato”, nel bene e nel male. Alcune di quelle leggi mi hanno consentito, per parlare di casa, di ristrutturare quella che ho comprato, e di dotarla di un impianto di riscaldamento efficiente. Ho risparmiato molti più soldi di quanti ne spenderò di ICI, IMU o qualunque cosa sia in moltissimi anni. A queste frasi, vorrei che uno mi rispondesse “No, la legge sul risparmio energetico era una cagata per questo e questo motivo.”, oppure “La legge XXX era migliore perché etc. etc.”. Invece “tanto quegli altri fanno anche peggio” è come dire “L’Inter ruba ma la juve ruba di più, etc. etc.”.

3) “Mandiamoli tutti a casa” è una frase che ho già sentito tanto tempo fa. La diceva un nano pelato, e i partiti si chiamavano DC, PCI, PSI, etc. Non sono esperto di storia, ma mi pare di ricordare che quasi un centinaio di anni ci fosse un altro, sempre basso e sempre pelato, che diceva le stesse frasi. In entrambi i casi, segue ventennio da dimenticare.
Non sto dicendo che Grillo sia uguale a quegli altri due: nano lo è, ma ha una rassicurante chioma di capelli. Voglio solo dire che, anche questo, non è un giudizio politico ma una chiacchiera da bar. Gli arbitri sono tutti disonesti e girano tutti con le Fiat che gli regala Agnelli, quindi la Juve etc etc.

4) Non capisco chi accusa Bersani di non essere carismatico e comunicativo, e poi si stupisce di chi vota Berlusconi. Se in un politico cerchi certe doti, non puoi stupirti che alla fine vinca chi quelle doti ce le ha. Chi lo ha votato, ha votato con il tuo stesso criterio.
Per me il carisma non è un pregio per un politico; serve a lui, non a me. Serve a vincere; ma vincere è un valore nel calcio, dove non c’è giusto e sbagliato, conta solo chi vince di più, e poi se ti tolgono gli scudetti puoi dire trentasulcampo. Non mi interessa che un politico vinca, mi interessa cosa fa dopo che ha vinto.
Il carisma non serve a fare buone leggi, ma è utilissimo per far sembrare buone quelle che non lo sono. Preferisco un politico trasparente ad uno carismatico.
Ancora peggio dire “non lo voto perchè non è un leader, non trascina le masse”. Vuol dire non lo voto perché gli altri non lo voteranno, il che significa che non mi interessa votare il politico migliore, ma votare quello che vincerà. Come giocare la schedina, non mi interessa qual è il risultato, ma solo di averlo indovinato.

5) Restituire l’IMU è una cagata pazzesca. Ammesso che lo stato abbia un po’ di soldi da restituire ai cittadini, di quei soldi a me verrebbero in tasca pochi spiccioli, a chi ha una decina di ville diverse migliaia di euro. Perché, ebbene si, l’IMU è una tassa che mi piace: chi ha poco paga poco, chi ha molto paga molto, chi la casa non ce l’ha non paga la tassa. Semplice. Patrimoniale. Vorrei abolire molte altre tasse, ma non questa. L’autovelox sotto casa mia fa la stessa multa alla mia Honda Jazz e al Mercedes. Secondo me è una tassa, perché non serve alla sicurezza sulle strade ma a raccogliere soldi dai cittadini. Quindi la considero una tassa. Non ho niente in contrario alle tasse, quindi nemmeno agli autovelox. Ma non è proporzionale al reddito, e quindi non mi piace.
Anche le tasse, come i partiti e i politici, e a differenza delle squadre di calcio, non sono tutte uguali.

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Stellissimo Contest

Stellissimo è il contest SEO che è stato organizzato dalla DEA Marketing di Roma. Non  avevo mai visto un contest, cioè un concorso del genere, ma per vincere bisogna posizionare il sito web o blog in prima posizione su Google o Bing. Il vincitore si aggiudica una collaborazione con la web agency romana.

Non male come concorso, in questo periodo di crisi, una grande opportunità per trovare nuove collaborazioni, lavoro e continuare a sperare che il periodaccio passi. Stellissimo è una parola inventata e quindi i partecipanti hanno dato vita a fantomatici film, ricette, siti web a sostegno di giuste cause e blog personali.

Stellissimo è anche un bambino che personalmente non conosco ma che mi ha incuriosito tanto. Le sue vicende reali sono divertenti e stellissimo sembra veramente impegnare tanto mamma e papà. Per fortuna Viola Fagiola non è così vivace, ma sono sicuro che stellissimo sarebbe un grande amico di Viola.

Speriamo quindi che il blog ufficiale di Stellissimo vinca o arrivi in prima pagina per mostrare il grande entusiasmo del papà.

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unoraeunquarto

Si comincia la mattina.
Ti svegli e hai solo quello davanti. Domenica. Aspetti il pranzo, si mangia presto altrimenti rimane tutto sullo stomaco. Ma tanto lo stomaco è chiuso. Chissà oggi chi gioca sulla fascia sinistra… per gli altri non ci dovrebbero essere dubbi. Ma con il mister non si può mai dire.
E poi le statistiche, le maledette statistiche. Gli altri in casa hanno fatto tanti punti, però le ultime tre le hanno perse. Il loro centravanti ha fatto tanti gol, ma segna solo lui. Dicono che il portiere sia scarso, ma tanto noi non tiriamo mai da fuori.
Prepari la borsa, i soliti gesti, nel solito ordine. La maglia di sotto, le calze, la biancheria di ricambio, i parastinchi. L’accappatoio. Chiudi sopra e apri sotto. Le ciabatte per la doccia e le scarpe. A sei e a tredici. Pulite, ingrassate, con dentro le sagome per tenerle in forma. Tacchetti di ricambio per quelle a sei, con la chiavetta per svitarli. Lo shampoo no, lo scrocco a qualcuno. Scaramanzia.
In macchina, si parte.
Al campo si arriva un’ora e un quarto prima dell’inizio. Unoraeunquarto. Oggi si gioca fuori, quindi tocca partire a un’ora improbabile, con i tortellini ancora da digerire. Arrivate al campo e il custode vi guarda storti.
No, non abbiamo capito male l’orario. Ma il mister è tosto, e non si discute. Un’ora e un quarto, bisogna essere lì. Esserci, esserci fisicamente, ma soprattutto esserci con la testa. Sguardi bassi, oppure occhi negli occhi. Incroci lo sguardo e annuisci. Io ci sono, sono pronto. Sono carico.
Si parla poco, e a voce bassa. Si prepara la partita.
Si scherza e si ride, certo, ci si diverte, mica siamo qui a zappare la terra. Per mezz’ora si chiacchiera, battute, scherzi. Ma non si alza la voce, non si ride sguaiato. E dopo ogni risata c’è un secondo di silenzio, bisogna riprendere la concentrazione.
In piedi. C’è anche il posto per sedersi, gli spogliatoi sono aperti e le panche sono libere. Ma non ce la fai a stare seduto, fermo non ci puoi stare. Quanto manca? Cominciamo a cambiarci? Ancora 5 minuti, è presto. Gli altri non sono ancora arrivati. E l’arbitro?
Ora si, dai, negli spogliatoi. Silenzio, ci si spoglia.
Il mister parla. I nomi, uno dietro l’altro. I nomi, nudi e crudi, chi è dentro e chi è fuori. A ognuno la sua maglia, il suo numero. Pantaloncini e calzettoni si pescano dal borsone. Dai dai, vestirsi veloci e poi fuori.
Il riscaldamento, il solito, sempre.
Prima la corsa lenta poi si scaldano le braccia, il busto, le gambe. Poi lo stretching. Sempre i soliti movimenti, nel solito ordine. Contare fino a venti e poi si cambia gamba. Poi gli allunghi.
C’è l’arbitro per la chiama, tutti dentro.
Lui dice il cognome, tu devi dire nome e numero. Ma tu non lo dici mai, ti giri per far vedere il numero, alzi il braccio e farfugli “sono io” a voce bassa, ché non si capisca se hai detto il tuo nome o l’hai mandato a cagare.
Solite raccomandazioni, posso sbagliare anch’io ma voi non protestate sennò vi butto fuori. Parla solo il capitano. Per i fuorigioco faccio quello che posso, senza i guardalinee è un casino. Domande?
L’arbitro esce, ora tutti fermi, non vola una mosca. Dai raga, silenzio e ascoltare, tutti qui, parla il mister.
Dal portiere al centravanti, uno per uno. Il mister ti parla, tu guardi lui e tutto il resto del mondo guarda te. Quello che devi fare, come lo devi fare, ma soprattutto la carica. Il mister ti guarda negli occhi, lo sguardo pesa, le gambe fremono, devi uscire e correre, poi passa a quello dopo. Chiama tutti, dall’uno all’undici. Poi gli altri, quelli della panchina, state pronti che si fanno i cambi. Ora fuori!
DAI RAGA! DAI! Tutti insieme, il silenzio esplode, tacchetti e urla, solo per un secondo ma con tutta la voce, è il primo scarico da due ore a questa parte, ora l’aria può uscire. Dai dai.
Finisci il riscaldamento, gli scatti. Respira, rallenta il battito. Il ginocchio sta bene, stai tranquillo, è il solito dolorino di sempre, quello della tensione, poi passa.
L’arbitro chiama, si fa l’ingresso in campo, tutti in fila da bordo campo fino al centro. Stai ultimo della fila, come sempre, o almeno ci provi, non sei l’unico con questa fissa.
Rallenti, prendi distanza dagli altri poi fai uno scattino e recuperi. Arrivi al centro camminando, ti schieri, tutti in linea. Mentre il capitano fa il sorteggio, qualche saltello. Non per restare caldi, ma perchè fermo non ci puoi stare.
Palla a noi e campo a loro. Va bene questo. Il pallone è ok, gonfio al punto giusto. L’ha sentito il portiere (ma perchè?).
Saluto al pubblico, in culo al mondo alle due del pomeriggio di una domenica d’estate chi cazzo vuoi che ci sia in tribuna? Alzi il braccio veloce ma tieni lo sguardo basso, così ti senti meno ridicolo.
Schierati, in formazione, due terzini stopper e libero, due mediani e due ali, il regista e il centravanti. Alla faccia del tre-cinque-due.
Sul dischetto di centrocampo, insieme al centravanti. Io la tocco e tu la passi dietro.
L’ultimo salto, l’ultimo urlo, DAI RAGA, SUBITO CONCENTRATI.
Palla ferma. Silenzio.

Fischio.

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<fratello>Lele</fratello>

Scrivo sul blog dopo tanto tempo… e lo faccio scrivendo una sorta di lettera ad un amico di Blog, perchè…. perchè mi va, e perchè è merito suo se mi è tornata la voglia di scrivere questo post.

Ciao Lele,
prima di tutto: ho letto il tuo libro. Non sto a farti un giudizio critico, ti dico solo che l’ho letto tutto di un fiato, sperando che il treno rallentasse per riuscire a leggere le ultime righe prima di scendere, e mi è piaciuto leggerlo.
Era un po’ che non scrivevo, e non perchè mancassero cose da raccontare… sono successe un po’ di cose, tra cui una splendida mini-vacanza a Torino da due fantastici amici che vivono troppo lontano.
Il fatto è che, per usare le tue parole, il blog è per me uno dei tanti quadri lasciati a metà… a volte soltanto abbozzati. Ma sono fatto così, e ho imparato a conviverci, e non me ne curo più di tanto.
In questi giorni, da queste parti, è successo il finimondo. La tragedia ci ha sfiorato, il fiume vicino a noi ha minacciato di uscire dagli argini, ma alla fine non ha fatto danni. Quando uno sente queste cose alla tv prova sgomento, rabbia, ma alla fine ha sempre la sensazione che succedano agli altri. E fortunatamente per noi anche questa volta è andata così… ma questa volta ci siamo andati veramente vicini, alcuni nostri amici sono stati marginalmente coinvolti… niente di grave… però…
Quindi in questi giorni tutto ha un sapore un po’ diverso, ti guardi intorno e sembra tutto normale, ma sai che se alzi un po’ lo sguardo e guardi più in là…. Aulla, Vernazza, paesi dove vivono i nostri amici sono stati spazzati via. Loro si sono salvati, ma per loro è ancora più difficile non guardare, girarsi dall’altra parte.
L’albero nel mio giardino di questa stagione ha dei colori incredibili, le foglie gialle e rosse e verdi formano un quadro dai colori ipnotici.
Viola ha avuto un po’ di tosse e raffreddore, è in via di guarigione, però la notte dorme male, si sveglia spesso, e la stanchezza si accumula per tutti quanti. Però poi la mattina quando si sveglia mi sorride e mi abbraccia, e niente ha più importanza.
Un paio di settimane fa ho riprovato a giocare a calcetto, solo pochi minuti, ma il ginocchio ha risposto bene. Poi per una serie di coincidenze sfortunate non ci ho più provato, ma spero di ricominciare presto. Alla radio c’è De Gregori con la leva calcistica della classe ’68, che parla di scarpe appese ai chiodi… poi però dice “innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai”, e allora so che non sta parlando di me.
Insomma, qui la vita continua. E prima o poi scriverò ancora sul blog, mi piace avere questo posto in cui, se voglio e quando voglio, posso venire a raccontare quello che mi va.
Per ora il quadro va bene così, anche lasciato a metà.
E forse il segreto è proprio questo. Almeno per me.

Ciao,
Ale

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Le due donne più belle del mondo…

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