viola ride – 2

Quello che so in più, rispetto a prima.

  • Viola ride ancora – proprio come prima
  • A Viola ancora non piace addormentarsi, ma va un po’ meglio… ora la sua mamma la porta sul lettone, la fa giocare, e (con un po’ di pazienza) poi si addormenta
  • La mattina quando si sveglia Viola vuole il lattone, e se il biberon non arriva subito strilla come una pazza. Poi beve quasi tutto, ne lascia solo un dito, e di solito si riaddormenta. Quando si risveglia, finisce la colazione con quel dito di latte avanzato.
  • Viola ha imparato a gattonare, e quasi a camminare. Non è una spericolata, finchè non ha imparato bene una cosa non le piace farla troppo spesso… ci va cauta, diciamo.
  • Viola adora la sua mamma. Però ha imparato che al pomeriggio lei va al lavoro, e bisogna rimanere con i nonni. In fondo non è così male… la saluta con la manina, ci vediamo stasera.
  • Tendenzialmente Viola mangia tutto quello che le diamo… ma ha una predilezione particolare per il pane, quindi se vuoi che mangi la pappa lo devi nascondere
  • Se gli insegni che una cosa non si tocca, Viola lo impara. Perciò la volta dopo, prima di toccarla, ti guarda e fa “no no” con il dito.
  • La lavastoviglie non rientra nella regola precedente, non c’è modo di spiegarle che non deve andare intorno ai coltelli
  • Non importa quanto brutta può essere una giornata, perchè poi la sera arrivo a casa e aspetto Viola e la sua mamma.
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Viola…

Inutile cercare le parole…

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a tutta musica

Giornata all’insegna della musica… verso le 14 mandando un sms a Radio Capital sono andato in onda nel programma “Your Song” per richiedere una canzone (Take Five di Dave Brubeck).
Peccato che stavo ascoltando la radio su sky, e appena finita la telefonata e partita la canzone il decoder si è piantato, quando sono riuscito a riavviarlo era finita la canzone e tutto il programma…
Stasera invece andiamo al concerto di Jovanotti, allo stadio qui a Sarzana. Appena abbiamo saputo che veniva, siamo corsi a comprare i biglietti; per fortuna abbiamo i nonni che non vedono l’ora di tenere la fagiola per qualche ora in più, quindi possiamo andare tranquilli al concerto e poi andiamo a recuperare la fagiola.
Tranquilli.
Ieri Fede ha provato a convincermi a regalare i biglietti, adducendo come scusa che dovremo parcheggiare lontano e poi io con le stampelle… stamattina, invece, diceva “se stasera piove non andiamo al concerto, andiamo subito a riprendere Viola”…
Io la prendo in giro, le dico che farà la danza della pioggia per fare saltare il concerto, ma in fondo la capisco, anzi direi che mi sento proprio come lei…
Pensandoci bene, non è il problema di stare ancora qualche ora lontano da lei, credo che il problema sia più il senso di colpa per il fatto di fare qualcosa di divertente senza di lei…
Sono un po’ confuso. Comunque penso che andremo al concerto, non so quanto riusciremo a godercelo, forse scapperemo un po’ prima per evitare il traffico del rientro e arrivare dai nonni prima possibile… poi stasera, quando riporteremo a casa la fagiola, la metteremo nel lettone in mezzo a noi.
Vi faremo sapere…

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viola ride

Quello che so di Viola, quello che ho imparato in questi nove mesi:

  • Viola di solito ride. Ride quando si sveglia, quando vede qualcuno che conosce, e anche che non conosce. Ride quando gli parli e quando giochi con lei, ma anche quando gioca da sola. Ride quando mangia e quando beve. Di solito ride anche quando fa il bagnetto.
  • A viola non piace addormentarsi… quando cerchi di farla dormire non ride, anzi, è l’unico momento in cui piange. Però poi quando si addormenta dorme per tutta la notte, e quando si sveglia ride.
  • Viola è bellissima, e sa di esserlo… se qualcuno le passa vicino e non glielo dice, lei lo chiama “HA!!!” e poi gli sorride… “ti sei per caso dimenticato di dirmi che sono bella???”
  • Viola sta bene con tutti, ma quando la mamma è lontana ogni tanto le viene in mente e diventa un po’ triste… però poi le passa, perchè ci sono tante cose belle da guardare e da fare aspettando che la mamma ritorni
  • a Viola piace mangiare e assaggiare cose nuove. Per ora l’unica cosa che non le è piaciuta è il gelato al limone… ma solo perchè non ha avuto tempo di abituarsi.
  • Viola ascolta quello che gli dici. Se fa una cosa che non deve fare, basta dirglielo (magari due o tre volte) e lei capisce, e non lo fa più. La volta dopo, se le viene in mente di farlo, alza il ditino e fa “no no”.
  • Tirare i capelli alla mamma non ricade nella regola precedente
  • Per adesso quando si concentra per fare una cosa difficile, usa la mano sinistra
  • Ha imparato che la sera, dopo che ha fatto la pappa, deve stare nel seggiolone mentre anche mamma e papà cenano. Però se ci mettono troppo poi si annoia, e fa “mammmmammmammmmammma!!!!”
  • Quando è stanca, si prende l’orecchio con la manina e lo strizza tutto. Poi si struscia gli occhi. Ma se pensi che tra poco si addormenterà, sbagli di grosso
  • Viola ha tante cose in comune con il suo papà. La cosa più importante, è che entrambi pensano che la mamma sia la più bella del mondo.
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Il torneo più bello del mondo

A fine luglio ricorre Sant’Anna. Nel paese in cui sono nato e cresciuto è la festa del patrono. Come tutti gli anni, la memoria mi riporta indietro.
Fine anni ’80. Il “nuovo” parroco, Don Italo, si è fatto conoscere in paese soprattutto per la passione calcistica. Tifoso della Samp, all’epoca di Vialli e Mancini.
Accanto alla chiesa, grazie alla perseveranza e alla passione di alcuni parrocchiani, fra i primi mio padre, viene costruito un campetto di calcio. I vicini protestano, polvere e pallonate. Viene eretta una gigantesca rete di protezione, ma siccome toglie la luce ed è brutta, un sistema di carrucole permette di alzarla e abbassarla alla bisogna. Per la polvere, si promette di bagnare il campo prima di giocare.
Il calcetto, o calcio a 5, non l’hanno ancora inventato, o da noi non è ancora arrivato. Dalle nostre parti è diffuso il calcio a 7. Ma il nostro campo (il “Sant’Anna Bernabeu”, appena meno celebre del “Santiago Bernabeu” teatro della mitica finale dei mondiali 82), è troppo piccolo, ci inventiamo il calcio a 6.
Terra da conquistare alle erbacce, buche da spianare, ché il sintetico è ancora da venire. Ma porte di ferro con le reti vere, e righe segnate con la calce a pochi centimetri dalla rete. Lavori terminati in tempo per la festa del paese. Facciamo un torneo?
Possono e devono giocare tutti e soli i maschi del paese tra la pubertà e la pensione, ma anche oltre va bene. E’ ammesso anche qualcuno “di fuori”, dei paesi limitrofi, purchè abbia una pluriennale e comprovata storia di relazioni con il paese. La frequentazione del Bar Tina è requisito preferenziale.
Decine di ragazzi, quasi un centinaio. Ci sono tutti, dal calciatore di categoria al giocatore da cortile. Anche quelli che non hanno mai dato un calcio al pallone. Tutti abili e arruolati. Vietato chiamarsi fuori. Abbiamo anche l’arbitro.
Si fanno le squadre. Vengono scelti dall’assemblea dei giocatori, tutti stipati nella vecchia chiesetta sconsacrata che fungerà anche da spogliatoio, un numero adeguato di portieri e di teste di serie, scelte per acclamazione. Poi si va al sorteggio: è il caso a fare il calciomercato.
Nella chiesetta sconsacrata si prega come non era mai accaduto quando ancora si celebrava la messa. Si prega di capitare in squadra con il giocatore forte, quello che gioca in Promozione. Si prega soprattutto che ti capiti un buon portiere, se ti capita una pippa non hai speranze. Un occhio all’urna dei sorteggi e uno al crocifisso, che campeggia ancora sullo sfondo. Lo so che dopo la prima comunione non mi sono più fatto vedere, ma ora è per una cosa importante, non mi mollare proprio ora. Dammi un buono portiere e prometto di non bestemmiare. Almeno per il primo tempo.
Fatte le squadre, via al calendario. Serrato, due-tre partite ogni sera, fino ad arrivare alla finalissima nel giorno di Sant’Anna, quando il bernabeu sarà gremito e ci sarà da mangiare e da bere per tutti.
In premio c’è “il bambino”, una coppa a forma di calciatore che corre con la palla fra i piedi, alta quasi un metro. Come la coppa Rimet, chi vince non se la porta via, ma ha diritto a sollevarla di fronte a tutti, e, soprattutto, a vedere il suo nome inciso sulla targhetta blu che viene attaccata sulla base. A imperitura memoria.
Le squadre non hanno nomi. Stasera giocano “quelli di tizio” contro “quelli di caio”. Tutti conoscono le formazioni a memoria.
La prima finale vede in campo la squadra dove gioca mio fratello, calciatore vero, contro quella di mio cugino, uno di quelli che a calcio non aveva mai giocato; oltre alla vittoria, si contendono anche il titolo di capocannoniere. Risultato salomonico, a mio cugino il torneo, a mio fratello la coppa del goleador.
Mi piacerebbe dire che vince lo sport, che le partite sono accese ma corrette e alla fine tutti amici come prima. Ma in paese non si è tutti amici nemmeno prima, e il campo tira fuori il peggio di ognuno. Scorrettezze dentro e soprattutto fuori dal campo, prima e dopo polemiche e litigate. Fino all’anno prossimo. Poi si ricomincia.

Per i primi anni io sono relegato nel torneo dei piccoli, non ho ancora l’età. Solo più avanti verrò inserito nel torneo ufficiale, direttamente come testa di serie, all’epoca ero una giovane promessa del calcio provinciale. Non scriverò mai il mio nome sul bambino, il sorteggio dei portieri non mi è stato mai amico. Ma c’è quello di mio fratello.

Alla fine della prima edizione, l’entusiasmo è alle stelle. Nessuno ha voglia di aspettare un altro anno. Mio padre risfodera il suo passato da dirigente di squadre giovanili, si fa un po’ di colletta in paese e si fa la squadra a 11, iscritta in fretta e furia al campionato FIGC, terza categoria.
Dirigente mio padre, presidente scelto fra i due o tre più danarosi del paese. Allenatore uno di fuori. Il primo anno sono in squadra tutti quelli del paese, si gioca un po’ per uno. Risultati catastrofici, ultimi in classifica. Poi piano piano i meno motivati mollano, vengono sostituiti con giocatori veri, e la squadra comincia a vincere, sfiorando la promozione per diversi anni di seguito.
Nel frattempo io abbandono i miei sogni di gloria, la carriera di calciatore è sfumata. Sono pronto anch’io ad entrare in squadra. Ed è l’anno buono. La finale al “Ferdeghini” ci consacra campioni provinciali, 2-0 ai tempi supplementari. C’è anche la televisione, se qualcuno non ci crede ho la videocassetta. E’ l’apoteosi.

Poi, come tutte le cose belle, non poteva durare in eterno. Se non nella nostra memoria.

Qualche anno fa sono tornato in paese, vicino alla chiesa. Il bambino era ancora lì, al riparo dalla pioggia nel sottoscala della canonica. Passo il dito sulle targhette blu, il mio nome non c’è.
Federica mi guarda e capisce che è qualcosa di importante, resta per qualche secondo in silenzio, rispettando la mia commozione. Poi mi chiede e io le racconto tutto. Un giorno ci porterò anche Viola, e se il bambino sarà sempre lì le farò passare il dito sul nome dello zio e le racconterò la storia del torneo più bello del mondo.

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Imparare a camminare

Domani Viola fa 9 mesi, non sembra particolarmente interessata ad imparare a gattonare. Da quello che ci dicono in tanti, è possibile che invece di gattonare prima o poi impari direttamente a camminare.
Quindi mi chiedo chi, fra me e lei, riuscirà per primo a camminare. In questi giorni cammino con quei buffi bastoni e Viola mi guarda strano…
Piano piano la fisioterapia migliora le cose… oggi sono riuscito per la prima volta dopo l’operazione, da sdraiato, ad alzare la gamba. O come dice il fisioterapista, a reclutare il quadricipite. A farlo con la gamba sana (si fa per dire) sembra tanto facile, con l’altra richiede uno sforzo enorme, non tanto muscolare quanto di concentrazione… il collegamento tra muscolo e cervello non è proprio automatico. Concentrarmi così mi fa pensare a quando Viola punta una cosa col dito e si concentra tutta nello sforzo di fare andare il dito proprio dove vuole lei.
Bella la mia fagiola…. stasera ci ha fatto impazzire per farla addormentare. Abbiamo dovuto abbassare il piano del letto perchè ormai si agrappa alle pareti e si mette in piedi. Diventa grande. E io non sono pronto. Si ha sempre l’impressione di non essersi goduti abbastanza le cose che ha fatto fino ad ora, e lei già passa oltre.

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Mi dispiace non posso

La fagiola è nel suo lettino, ma stasera non vuole saperne di dormire. Dopo 5 minuti che piange, provo ad avvicinarmi e a parlarle. A volte se sente la nostra voce, o se avviciniamo il nostro viso al suo facendole sentire il nostro respiro, si tranquillizza e si addormenta.
Stasera non basta, apre gli occhi, mi guarda e alza le braccia verso di me. Vuole venire in braccio.
La tiro su e la stringo a me. Di solito appoggia la testolina sulla mia spalla e si rilassa. Quando succede, è il momento più intimo fra me e lei, la sua testa sulla mia spalla e le sue braccia intorno al mio collo, il suo respiro che rallenta fino ad addormentarsi.
Stasera no, non vuole dormire in braccio. Mi allontana, alza il braccio e con il ditino indica la porta, vuole che passeggiamo.
Ma io non posso.
Le parlo, gli spiego che quei buffi bastoni che da qualche giorno lei guarda con sospetto servono a papà per camminare, e che quindi papà non può camminare con la fagiola in braccio. Solo per qualche giorno, non per sempre, ma oggi proprio non può.
Non possiamo andare da nessuna parte, possiamo solo stare fermi li, in piedi, abbracciati.
Ma lei strilla sempre più forte e indica la porta. Poi arriva la mamma, la prende e la porta a fare due passi e lei si calma.
Mi dispiace amore mio, proprio non potevo.
Forse è la prima volta che succede. Succederà tante altre volte, tante volte sarai delusa dal tuo papà perchè non potrà darti tutto quello che vuoi, anche se lo vorrebbe con tutto il cuore.

Ora dorme, la mamma l’ha calmata e messa giù, finalmente fa la nanna. Io chiudo gli occhi, proverò a dormire anch’io. Se non ci riesco, allungherò le braccia verso Fede, lei mi abbraccerà e mi consolerà.

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