unoraeunquarto

Si comincia la mattina.
Ti svegli e hai solo quello davanti. Domenica. Aspetti il pranzo, si mangia presto altrimenti rimane tutto sullo stomaco. Ma tanto lo stomaco è chiuso. Chissà oggi chi gioca sulla fascia sinistra… per gli altri non ci dovrebbero essere dubbi. Ma con il mister non si può mai dire.
E poi le statistiche, le maledette statistiche. Gli altri in casa hanno fatto tanti punti, però le ultime tre le hanno perse. Il loro centravanti ha fatto tanti gol, ma segna solo lui. Dicono che il portiere sia scarso, ma tanto noi non tiriamo mai da fuori.
Prepari la borsa, i soliti gesti, nel solito ordine. La maglia di sotto, le calze, la biancheria di ricambio, i parastinchi. L’accappatoio. Chiudi sopra e apri sotto. Le ciabatte per la doccia e le scarpe. A sei e a tredici. Pulite, ingrassate, con dentro le sagome per tenerle in forma. Tacchetti di ricambio per quelle a sei, con la chiavetta per svitarli. Lo shampoo no, lo scrocco a qualcuno. Scaramanzia.
In macchina, si parte.
Al campo si arriva un’ora e un quarto prima dell’inizio. Unoraeunquarto. Oggi si gioca fuori, quindi tocca partire a un’ora improbabile, con i tortellini ancora da digerire. Arrivate al campo e il custode vi guarda storti.
No, non abbiamo capito male l’orario. Ma il mister è tosto, e non si discute. Un’ora e un quarto, bisogna essere lì. Esserci, esserci fisicamente, ma soprattutto esserci con la testa. Sguardi bassi, oppure occhi negli occhi. Incroci lo sguardo e annuisci. Io ci sono, sono pronto. Sono carico.
Si parla poco, e a voce bassa. Si prepara la partita.
Si scherza e si ride, certo, ci si diverte, mica siamo qui a zappare la terra. Per mezz’ora si chiacchiera, battute, scherzi. Ma non si alza la voce, non si ride sguaiato. E dopo ogni risata c’è un secondo di silenzio, bisogna riprendere la concentrazione.
In piedi. C’è anche il posto per sedersi, gli spogliatoi sono aperti e le panche sono libere. Ma non ce la fai a stare seduto, fermo non ci puoi stare. Quanto manca? Cominciamo a cambiarci? Ancora 5 minuti, è presto. Gli altri non sono ancora arrivati. E l’arbitro?
Ora si, dai, negli spogliatoi. Silenzio, ci si spoglia.
Il mister parla. I nomi, uno dietro l’altro. I nomi, nudi e crudi, chi è dentro e chi è fuori. A ognuno la sua maglia, il suo numero. Pantaloncini e calzettoni si pescano dal borsone. Dai dai, vestirsi veloci e poi fuori.
Il riscaldamento, il solito, sempre.
Prima la corsa lenta poi si scaldano le braccia, il busto, le gambe. Poi lo stretching. Sempre i soliti movimenti, nel solito ordine. Contare fino a venti e poi si cambia gamba. Poi gli allunghi.
C’è l’arbitro per la chiama, tutti dentro.
Lui dice il cognome, tu devi dire nome e numero. Ma tu non lo dici mai, ti giri per far vedere il numero, alzi il braccio e farfugli “sono io” a voce bassa, ché non si capisca se hai detto il tuo nome o l’hai mandato a cagare.
Solite raccomandazioni, posso sbagliare anch’io ma voi non protestate sennò vi butto fuori. Parla solo il capitano. Per i fuorigioco faccio quello che posso, senza i guardalinee è un casino. Domande?
L’arbitro esce, ora tutti fermi, non vola una mosca. Dai raga, silenzio e ascoltare, tutti qui, parla il mister.
Dal portiere al centravanti, uno per uno. Il mister ti parla, tu guardi lui e tutto il resto del mondo guarda te. Quello che devi fare, come lo devi fare, ma soprattutto la carica. Il mister ti guarda negli occhi, lo sguardo pesa, le gambe fremono, devi uscire e correre, poi passa a quello dopo. Chiama tutti, dall’uno all’undici. Poi gli altri, quelli della panchina, state pronti che si fanno i cambi. Ora fuori!
DAI RAGA! DAI! Tutti insieme, il silenzio esplode, tacchetti e urla, solo per un secondo ma con tutta la voce, è il primo scarico da due ore a questa parte, ora l’aria può uscire. Dai dai.
Finisci il riscaldamento, gli scatti. Respira, rallenta il battito. Il ginocchio sta bene, stai tranquillo, è il solito dolorino di sempre, quello della tensione, poi passa.
L’arbitro chiama, si fa l’ingresso in campo, tutti in fila da bordo campo fino al centro. Stai ultimo della fila, come sempre, o almeno ci provi, non sei l’unico con questa fissa.
Rallenti, prendi distanza dagli altri poi fai uno scattino e recuperi. Arrivi al centro camminando, ti schieri, tutti in linea. Mentre il capitano fa il sorteggio, qualche saltello. Non per restare caldi, ma perchè fermo non ci puoi stare.
Palla a noi e campo a loro. Va bene questo. Il pallone è ok, gonfio al punto giusto. L’ha sentito il portiere (ma perchè?).
Saluto al pubblico, in culo al mondo alle due del pomeriggio di una domenica d’estate chi cazzo vuoi che ci sia in tribuna? Alzi il braccio veloce ma tieni lo sguardo basso, così ti senti meno ridicolo.
Schierati, in formazione, due terzini stopper e libero, due mediani e due ali, il regista e il centravanti. Alla faccia del tre-cinque-due.
Sul dischetto di centrocampo, insieme al centravanti. Io la tocco e tu la passi dietro.
L’ultimo salto, l’ultimo urlo, DAI RAGA, SUBITO CONCENTRATI.
Palla ferma. Silenzio.

Fischio.

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2 risposte a unoraeunquarto

  1. Daniele ha detto:

    Dovresti scrivere per una rivista sportiva. I racconti di calcio mi mettono una grande emozione addosso che neanche immagini.

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